SCRIVI PERDONO PER LEGGERE PACE

 

 

Non so se il 31 gennaio scorso eri a Figline V.no. Se c’eri hai avuto come me la possibilità di conoscere Salvatore Martinez e allora non è necessario che aggiunga altre parole.

Ma se non c’eri posso dirti che Salvatore è un giovane di 35 anni, sposato che da qualche anno ha la responsabilità di coordinare a livello nazionale il movimento del Rinnovamento nello Spirito. Prima di incontrarlo avevo già pensato di fargli qualche domanda per il sito, dopo averlo visto e ascoltato non ho esitato a farlo.  

 

Ecco la trascrizione del nostro dialogo

 



Il Papa ultimamente ha parlato tanto del legame fra pace e perdono: ci puoi dire qualcosa al riguardo?

Salvatore: Non possiamo non ricordare la Parola di Dio: Gesù è la nostra pace. Questo ci dice San Paolo, il quale aggiunge che egli è venuto a riconciliare e fare dei due un solo uomo nuovo. È questo il significato del perdono che Gesù Cristo ci ha portato riconciliando con sé stesso e con questa umanità che era stata separata dal peccato. In questo legame fra pace e perdono non possiamo non cogliere l’azione gratuita di Dio che viene e ristabilisce la pace con tutti coloro che sono lontani da Lui. Sulla sua scia anche noi stessi siamo chiamati a fare la pace: con Dio, con noi stessi, con gli altri. Per far questo bisogna avere la capacità di superarsi: perdonare significa questo, andare al di là di noi stessi per conquistare l’altro, per acquistare l’altro. Ecco perché pace e perdono non possono non essere strettamente connessi. È possibile realizzare la pace senza il perdono? Sì, ma allora parliamo soltanto di pacifismo, di compromesso, non facciamo altro che concedere noi stessi senza esserci pienamente donati. Nella parola perdono c’è questo attraversarsi, farsi dono per gli altri: allora lì la pace è vera e duratura, porta la firma di Cristo, consegna Cristo stesso. Il legame fra pace e perdono ci dice questo: non consegniamo noi stessi, non siamo noi a fare la pace, ma è Cristo che fa la pace per noi, con noi, ed è Cristo che consegniamo.

Giovanni Paolo II si sofferma ultimamente sul tema della giustizia. Recentemente a scritto: “Non c’è pace senza giustizia”. Spesso si pensa che perdonare significhi venire meno alla necessità di fare giustizia. Cosa ci puoi dire su questo?

Salvatore: Quando il Papa scrive queste parole s’ispira al salmo 85 che dice: “Misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno; la verità germoglierà dalla terra, la giustizia si affaccerà dal cielo”. Questo salmo ci ricorda la relazione strettissima che deve esistere nella vita cristiana tra misericordia e verità, giustizia e pace. Il papa sottolinea il nesso tra il concetto di giustizia e quello di perdono, fino ad affermare che senza perdono non c’è autentica giustizia. Vorrei ricordare che nel linguaggio biblico la parola giustizia è sinonimo di santità e rimanda alla remissione delle colpe. Perdonare significa proprio questo: rimetter quelle colpe, quei debiti, quelle povertà, quelle ingiustizie che impediscono ad ogni uomo di vivere in pienezza la sua vita di figlio di Dio e di conseguire quel destino che la Scrittura promette a coloro che vivono la riconciliazione, la fraternità e la giustizia.
Ne consegue che se la giustizia che gli uomini promuovono non è improntata a questa gratuità, noi avremo un mondo che rimane ingiusto anche se crediamo di promuovere la giustizia: i poveri saranno sempre più poveri, le persone sole sempre più sole, i deboli sempre più deboli. Anche promulgando leggi che ci paiono giuste, se esse non tengono conto di questo significato di perdono, noi non avremmo un mondo secondo il pensiero di Dio ma un mondo “giusto” secondo i nostri pensieri e le nostre leggi. Promuovere la giustizia significa ricordarsi che c’è una verità che ci ispira e in questa verità il perdono è l’atto più nobile, più forte e sublime che ci è permesso di poter esprimere.

Nella vita quotidiana spesso troviamo difficoltà nelle piccole cose, a chiedere perdono e a dare il perdono. Ci puoi dare qualche consiglio?

Salvatore: Si può veramente perdonare se si dichiara innocente colui dal quale crediamo di aver ricevuto offese. Questo è un atteggiamento estremamente importante e bisogna vincere molte resistenze che ci sono dentro di noi per considerarci offensori prima che offesi. È così un’esperienza da praticare e riscoprire ogni giorno crescendo in questa gratuità. È un cammino che alla fine ci fa trovare Cristo e la beatitudine. E il consiglio è appunto quello di non arrendersi, perché ogni giorno possiamo reimparare l’arte del perdono. L’importante è che alla fine non troviamo noi stessi ma, come dicevo, gli altri e in questi altri Gesù Cristo, altrimenti il perdono non è più un atto di gratuità ma un atto di superiorità.

Spesso però perdonare sé stessi è molto difficile, cadiamo nei sensi di colpa. Cosa ci puoi dire?

Salvatore:Perdonare è il gesto supremo di Dio. Non dimentichiamolo, sulla croce è il gesto ultimo di Gesù; è il più grande atto d’amore che si possa compiere. Se non c’è amore non c’è perdono, se non si ama Dio non si riesce a comprendere come sia possibile perdonare sé stessi, perdonare gli altri. Fa fatica a perdonare sé stesso chi non riesce a comprendere per esempio che Dio non è un nemico, Dio non è lontano, Dio non è un giudice vendicativo. Ecco, chi è capace di riconciliarsi con Dio e vivere il dato della riconciliazione, saprà anche riconciliarsi con sé stesso e quindi perdonare sé stesso. È questa la legge tridimensionale: “amerai il prossimo tuo come te stesso” e quindi in terza istanza ci saranno anche gli altri, quindi capaci di essere riconciliati con gli altri e perdonare anche gli altri

Sappiamo che la confessione è molto importante per la nostra vita, ma a volte è difficile accostarsi a questo sacramento.


Salvatore
: Sì, direi che questo sacramento è svalutato a tal punto che in alcuna chiese di periferia di certi paesi occidentali, taluni hanno pensato addirittura di fare a meno di questo sacramento, optando per confessioni generali e facendo quindi venir meno il significato più profondo di questo gesto, di questo momento sacramentale che è imprescindibile nella vita di un cristiano. Senza il primato della grazia, l’essere reintegrati nella grazia, la nostra vita cristiana non solo è debole e si indebolisce, ma perde il segreto più profondo che è la presenza di Gesù. Noi abbiamo la necessità di riscoprire il primato del sacramento della confessione perché la gran parte dei mali del nostro tempo, dei mali che tanti cristiani soffrono, deriva dal fatto che non si vive e non si sperimenta la grazia del sacramento della confessione che è grazia di guarigione, grazia di liberazione, grazia di consolazione. Suggerisco a tutti coloro che cercano consolazioni umane, che cercano conforti presso consolatori umani che possono chiamarsi di volta in volta maghi o uomini che pensano di avere risposte – che peraltro hanno un costo – di rivolgersi invece a un sacerdote e gratuitamente ricevere la grazia. Grazia che ci reintegra nella potenza dei figli di Dio. I figli di Dio hanno un potere, è il potere di una vita sana, una vita riconciliata, una vita che conosce la gioia della presenza di Gesù. Il sacramento della confessione ci schiude tesori straordinari e ci permette di cogliere in profondità il sacramento dell’Eucaristia al quale è profondamente connesso. Quindi per allontanare i mali dalla nostra vita e soprattutto per cacciare quelli che già ci affliggono non possiamo prescindere dal sacramento della confessione: indebolirlo significa che la nostra vita si espone sempre di più ai colpi del peccato e ci porta alla morte.

 

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