"Squali in vista" ovvero la paura di prendere il largo

Ho conosciuto Francesco da poco tempo. Ha due figli, è psicologo ed ha lavorato molto a contatto con i giovani nei Gruppi d'Incontro del Ceis di Firenze. Ci siamo conosciuti ad un corso, tramite un amico comune ed è scattata subito una particolare intesa. Ho apprezzato subito la sua competenza, unita a esperienza ed umanità. Gli ho chiesto una mano per questa parte e mi ha detto di si, senza esitare.

Ecco la nostra chiacchierata:

Che cosa è la paura? Ha qualcosa di positivo o è un fatto negativo?


Francesco:
 Parliamo di adolescenti e allora molto spesso la paura è confusa col senso di colpa. Si fa qualcosa che ci fa sentire in colpa e si ha paura delle conseguenze. Molto spesso le conseguenze temute si caratterizzano come possibili minacce o attacchi alla propria identità (personale, sessuale, ecc.). La paura accompagna i tentativi di affermazione di Sé; a volte li frustra o, addirittura, li annulla. Quante volte abbiamo fatto il tragitto verso casa con la disperazione che ci accompagnava: era successo qualcosa che ci pareva irrimediabile e tremendamente grave. Niente sarebbe stato più come prima e, soprattutto, noi stessi non saremmo più stati gli stessi (bravi, vincenti, giusti, adatti, ecc.) per qualcun altro. Occorre darci il tempo di capire (di provare a noi stessi) che successi e insuccessi accompagnano l’esistenza di ciascuno, che non ci sono persone che vincono sempre o che perdono sempre. A volte ci sembra di appartenere ad una delle due categorie, ma questo è dovuto ad un particolare stato d’animo che ci fa interpretare tutto quanto ci accade in un solo modo o che, addirittura, fa sì che vediamo solo le cose che ci sembrano confermare l’una o l’altra cosa. Quando questo avviene per un periodo relativamente breve ok ma, se sempre e sempre più riteniamo di appartenere ad una delle due categorie, significa che ci stiamo allontanando dalla realtà e questo non può essere che un male. La strada per mantenersi in equilibrio o per “rimettersi in carreggiata” è sempre quella del confronto, dell’apertura agli altri: alla realtà appunto che sempre è una realtà di relazioni. Confrontarsi quindi, parlare di quello che ci succede e sentire come butta per gli altri; cercare cose simili e differenze. Tutto allora torna a dimensioni più normali e anche le paure si ridimensionano e diventa più facile affrontarle e magari superarle.

Secondo la tua esperienza, quali ti sembrano le paure tipiche dell'età giovanile e come affrontarle?

Francesco: Le paure più grandi dell’età giovanile sono soprattutto paure legate al senso di inadeguatezza (alla realtà, ad una certa situazione, a delle aspettative che sentiamo su di noi). Non si è come si dovrebbe essere: ci vengono proposti dei modelli che sentiamo lontani dal nostro modo di essere, di sentire. Il non rispondere alle caratteristiche di un certo modello dominante può rappresentare un’esperienza veramente difficile da sostenere (in realtà anche per moltissimi adulti o vecchietti jurassici). Per un adolescente è ancora più difficile perché il bisogno di appartenenza (ad un gruppo, ad uno stile di vita, ecc.) e la necessità di identificarsi con altri sono sentiti in modo particolarmente forte.

Che fare allora in queste situazioni?


Francesco
: Innanzitutto cercare bene, guardarsi intorno alla ricerca del particolare, del dettaglio del non massa. Ci sono sicuramente persone simili a noi, con la nostra sensibilità, con gusti simili e si può “fare gruppo”. Certo appartenere ad un gruppo dominante è più comodo e, apparentemente, più gratificante e sicuro ma resta una scelta di compromesso che finirà per confermarci che siamo noi a non andare bene e che dovremo sempre nascondere il nostro vero modo di essere e di sentire per essere accettati. Per quanto riguarda l’essere adeguati a una situazione la prima cosa da fare è valutare quanto un certo contesto è importante per noi (possiamo farne a meno?; vale la pena impegnarsi per migliorare la situazione?). Se possiamo semplicemente evitare un certo contesto può essere la cosa migliore da fare: forse non fa semplicemente per noi.

E a scuola?


Francesco
: Domanda da un milione di dollari!. Per quanto riguarda i compagni vale quanto detto prima: cercare bene, guardarsi intorno e, soprattutto, far sentire la propria voce (magari altri non aspettano altro che trovare qualcuno che la pensi come loro, che senta le stesse cose). Per quanto riguarda i prof. la storia è più complicata perché spesso ciascuno di loro crea in classe una situazione, un ambiente diverso, nel quale bisogna comportarsi in maniera diversa, di volta in volta; il ruolo del prof. inoltre è particolare perché egli deve formulare una valutazione su di noi e a questa valutazione è legato molto di noi e della nostra vita. Spesso il compromesso è necessario, insomma ci dobbiamo adattare. Oltre all’impegno (insomma stare attenti e studiare e comportarsi in maniera civile che è quanto è giusto fare quando si va a scuola –e non solo-) è necessario trovare un canale di comunicazione con i prof.: con alcuni questo avviene spontaneamente (evviva!); con altri può essere necessario fare qualcosa di più. Il consiglio è di parlare di sé, di impostare il confronto sull’io piuttosto che sul tu (anzi Lei). Io ho difficoltà a fare una certa cosa in un certo modo: come potrei fare?; io mi sento in un certo modo quando…: mi può aiutare? Ecc.: spesso (aihme non sempre) funziona!.

E con i genitori?


Francesco
: Si apre il capitolo (solo per questo occorrerebbero libri e libri ma evitiamo eh?!) sulle aspettative degli altri, che molto spesso altri non sono che i genitori. Considerate che le aspettative sono sempre proiezioni dei desideri personali (per esempio dei genitori); niente di male e di strano in tutto questo: è naturale che i genitori sulla base della loro esperienza e dei loro sentimenti cerchino di realizzare il loro “progetto di figlio/a”. Resta naturalmente da vedere se il figlio/a è d’accordo oppure no. Rispondere a queste aspettative è sicuramente piacevole; leggere orgoglio e compiacimento negli occhi della mamma o del babbo fa stare bene… ci si gonfia di sé. Peccato che non sia sempre così facile: giochi a calcio e il babbo proietta di fronte a sé l’immagine del figlio titolare della nazionale mentre tu cerchi di divertirti semplicemente e magari a volte sbagli anche (quel prodigio che babbo vorrebbe vedere non sei tu… ma lui stesso e se tu fai un gol è come se l’avesse fatto lui… capisci che razza di problema?!); la mamma ti vede come la prima della classe e mentre tu lotti tutti i giorni per cavartela a scuola (e magari capita anche che non ne hai voglia) e se prendi un 7 e sei felice… come mai la tua amica ha preso 8?! (roba da omicidio!); vogliamo parlare poi del modo di vestire o della scelta degli amici… magari del ragazzo o della ragazza?!… meglio lasciar perdere per ora ma: che fare?. Questa è la storia della vita stessa!, comunque il consiglio è di tener duro, di affermare civilmente ma fermamente le proprie ragioni a patto di tenere sempre orecchie, occhi e cuore ben aperti. Non foss’altro per accorgerci che magari possiamo cambiare idea su qualcosa o che le ragioni dell’altro magari, in quel momento, sono più importanti. Se ci sembra di avere di fronte dei modelli inarrivabili, irraggiungibili: parliamo con gli amici e magari con qualche adulto di cui ci fidiamo e vediamo come va a loro o cosa ne pensano; ora che ci siamo fatti un’idea più chiara proviamo a mettere in discussione questi modelli con i genitori; parliamo di quello che ci sentiamo noi, delle paure e delle difficoltà ma anche dei nostri obiettivi, di quello che piacerebbe a noi e di quello che sogniamo, che vorremmo. Se non vogliono intendere ragioni (bisogna essere perseveranti però, insistere più e più volte) ricordiamoci che noi veniamo prima e che per quanto siano importanti (davvero!) i genitori, c’è anche il resto del mondo (qualche miliardo di persone) che conta qualcosa e per il quale noi stessi possiamo contare qualcosa!

Tu, hai paura di qualcosa? e come ti comporti in quei casi?


Francesco
: Caro Jomix, stai parlando con un fatalista, perdipiù pigro e levantino. Diciamo che a volte (in più giovane età molto di più e molto più forte) qualche paura increspa le foglie dell’albero che sto osservando, magari da giorni, traendone piacere intimo, profondo.
Allora la osservo, la annuso e:
A- la rimuovo
B- rapido ed efficace faccio quanto necessario per affrontarne le origini e possibilmente per trasformarle in opportunità
C- precipito in una fase depressiva da cui esco con fatica (ma di solito, per ora, ne esco)
Considera che ho avuto una vita decisamente movimentata (a volte mio malgrado) e che più di una volta ho dovuto, come si dice, cominciare da capo. Che ho fatto esperienze anche molto dure. Insomma ho un discreto strato di cotenna. Sai quali sono quelle belle paure irrazionali e per questo devastanti che a volte mi attanagliano?: proprio quelle relative ai mie i figli (e poi ci si chiede perché i genitori facciano tanti danni… proprio perché agiscono irrazionalmente, spinti dalle loro paure!)

"Prendere il largo" è un immagine che evoca tante situazioni in cui dobbiamo partire, iniziare, affrontare qualche nuovo impegno, situazione o scelta di vita: è comune provare paura in questi momenti? Perchè? e come evitare di rimare bloccati tanto da rinunciare a qualcosa che potrebbe essere importante per noi?

Francesco: Ogni situazione nuova è fonte di ansia, quando questa è troppo forte o la nostra soglia di tollerabilità all’ansia è troppo bassa si può rimanere bloccati. È la classica situazione nella quale ci si arrovella, “ci si fa la punta al cervello” per trovare la risposta giusta o il magico momento dell’ispirazione. I pensieri in questo caso tendono a diventare ricorrenti: si entra nei ragionamenti spinti proprio dall’ansia legata all’empasse che stiamo vivendo e una volta “lì” giriamo a vuoto in una sorta di labirinto mentale che ci porta invariabilmente alle stesse conclusione… potrei… ma e allora se… però. L’ansia, come ciascuno di noi sa sulla base dell’esperienza, non si può semplicemente rimuovere e allora può essere utile provare a scomporre il problema (ad esempio per categorie o priorità). Poniamo che una scelta coinvolga, oltre a noi stessi, la famiglia, degli amici, la ragazza (ecc) Ad esempio.
Famiglia: c’entra perché……. ;
Secondo me è un problema perché…….;
Cosa ne pensa babbo…… mamma………. fratello (ovviamente chiedendoglielo);
amici: c’entrano perché……;
per me il problema è…..;
cosa ne pensa X………;
cosa ne pensa Y……….. (sempre parlandoci).
Le mie priorità nella vita sono………………………..
Devo fare questa scelta perché……………………….
È ovviamente un esempio molto ridotto e semplificato ma rende l’idea. Consiglio anche di usare carta e penna in modo di poter tracciare uno schema che sia possibile consultare in ogni momento. L’imperativo è oggettivare, separare la realtà dei fatti dalla risonanza emotiva che questi hanno su di noi e affrontare le due cose (prima i sentimenti e poi i problemi oggettivi) separatamente e in modo adeguato; ad esempio sfogandosi e parlando sinceramente delle proprie paure con qualcuno di cui ci si fida e poi valutando i fatti in modo più razionale. È importante non confondere mai (soprattutto su cose come una decisione importante) livello emotivo e livello cognitivo. Per decidere è importante attivare il raziocinio, la parte cognitiva e più adulta di noi ma, per farlo, occorre prima aver affrontato la parte emotiva, tanto quanto si sente di averne bisogno (magari lasciandosi anche un po’ di spazio, sufficiente a decidere in tempo)

 

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